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Attivista LGBT, Genova anni ’70: intervista a Francesco (parte II)

Seconda puntata dell’intervista a Francesco, tra i primi attivisti del movimento gay sorto a Genova nel 1976. Dopo i primi contatti con Torino e Milano, il nascente gruppo genovese trova ospitalità nella sede del Partito Radicale in San Donato.

(…continua dalla prima puntata) Nel 1976 abbiamo trovato grande disponibilità da parte del Partito Radicale, che ci ha dato anche ospitalità. Non eravamo soli e questo è stato un fatto molto positivo. Ricordo che ci vedevamo il sabato sera ed era un po’ come un porto di mare, perché era un movimento, non un partito, non vi era nulla di precostituito: ognuno di noi portava la propria esperienza, la propria visione della vita. Lo stesso Partito Radicale era un movimento, ancora non aveva partecipato alle elezioni. Al suo interno militavano persone di diverso orientamento: laico, libertario, c’erano credenti, atei, comunisti, ricchi, poveri. Questo è stato molto positivo, perché vi erano occasioni sia di incontri sia di scontro con le persone più diverse. Mi spiego meglio: tu vieni lì perché sei gay, però magari sei un borghese o un sottoproletario, sei un uomo colto oppure un operaio, quindi c’era un grande minestrone, ma molto positivo, o almeno io l’ho vissuto così. Perché per me è bello che si stia tutti insieme, in questo modo ognuno può dare e ricevere qualcosa. Personalmente non sono classista, né razzista, nella mia vita ho fatto quante più esperienze possibili che non fossero di chiusura, ma di apertura. Anche perché noi non viviamo in certi ghetti come per esempio in America, dove si creano dei nuclei specifici tra la popolazione, in Italia c’è una situazione diversa.

Ci riunivamo nella stessa sede, con diversi gruppi, e poi facevamo delle manifestazioni politiche insieme. Ci chiamavamo già il F.U.O.R.I. di Genova. Abbiamo cominciato a incontrarci mi pare a gennaio, poi a fine giugno ci sono state le elezioni politiche (20 giugno 1976) e per la prima volta il movimento radicale si è presentato diventando partito. Da lì è nata una battaglia interna sia al partito radicale sia al movimento, perché alcuni erano favorevoli al fatto che il movimento diventasse partito e si presentasse in Parlamento mentre altri erano contrari, perché dicevano “è un movimento trasversale, non deve essere di parte”: infatti, grosso modo, il movimento radicale ha mantenuto una posizione interpartitica. C’è stato un periodo in cui si poteva essere iscritti sia al partito radicale sia a un altro partito.

Quindi per la prima volta abbiamo partecipato a una campagna elettorale, e poi anche a quella per le Comunali di Genova. Alle elezioni politiche sono stati eletti quattro deputati. Noi abbiamo avuto, anche come F.U.O.R.I., contatti con loro: ricordo Adele Faccio, Adelaide Aglietta, Marisa Galli e Angelo Pezzana. In quegli anni ho conosciuto anche Marco Pannella, che qualche volta è venuto in sede. Io ho partecipato alla campagna elettorale dei Radicali proprio per questo senso di accoglienza che avevano verso di noi, per cui mi sentivo fondamentalmente libero, non in un partito, ma in un movimento né partitico né ideologico.

L’impostazione che avevamo come F.U.O.R.I. era molto rivoluzionaria. Il nome stesso F.U.O.R.I. lo diceva, quindi anche in termini verbali eravamo rivoluzionari. Considerate che all’epoca nella società non c’era spazio per noi, anche perché le istituzioni, la famiglia, la Chiesa, lo Stato, non solo non davano spazio a noi, ma non davano spazio a tutti coloro che chiedevano altre forme di diritti civili e della persona. Per saperne di più, nello specifico, bisognerebbe documentarsi sulle riviste dell’epoca come F.U.O.R.I. e Lambda. Quelle riviste ci sono senz’altro. Noi avevamo un po’ di materiale, però quando abbiamo terminato l’esperienza del gruppo ne abbiamo dato via molto, ma se si fanno delle ricerche – anche tramite il F.U.O.R.I. di Torino – si possono recuperare, perché là si è costituito il centro Penna (mi pare il nome fosse questo), dove sono raccolte e documentate le riviste e il materiale che è stato prodotto in quegli anni.

Come raccontavo prima, partendo da una realtà locale in cui avevamo problemi di visibilità, eravamo così intimiditi quando siamo andati al Partito Radicale che quasi nessuno di noi aveva il coraggio di dire “noi siamo omosessuali”; ci siamo lasciati andare solo dopo che questo amico del Partito Radicale ci ha stretto la mano e ci ha detto “benvenuti compagni, questa è la vostra casa”. Ci siamo sentiti tutti sollevati. È stato importante stare con altri, anche uomini e donne non omosessuali, perché ha dato visibilità a noi ma anche a loro. Molti di loro non avevano mai incontrato un omosessuale, anche se il movimento radicale si batteva per i diritti di queste persone. Quindi anche loro avevano degli stereotipi, gli stereotipi tipici della società e cultura di allora: non c’erano libri, non c’erano film, quindi chi era l’omosessuale? Negli anni ’50 o negli anni ’60, come lo immaginate voi? Non so se avete visto certi film, certe commedie. Mi viene in mente Il vizietto, ma è stato girato dopo. Tant’è vero che molti di questi compagni radicali rimanevano meravigliati dal fatto che fra i gay ci fossero dei bei ragazzi, ci fossero dei “maschi”, i quali non davano così a prima vista l’impressione di essere gay. Perché non erano effemminati, non erano travestiti, erano virili. Con la nostra presenza, anche solo guardandoci, rompevamo i loro schemi.

Tra gli omosessuali famosi di quei tempi ricordiamo i registi Zeffirelli e Visconti, che erano omosessuali ma lo vivevano in un modo forse più elegante, se posso usare un termine di questo genere. Questo perché vivevano in situazioni diverse. Visconti era un regista famoso e anche nobile, quindi aveva certe opportunità, certe occasioni di vivere la sua omosessualità in un contesto non alla portata di tutti. Lo stesso per Zeffirelli, il quale ha dichiarato anni fa di non capire perché un omosessuale dovesse andare in piazza e farsi vedere, farsi riconoscere. Penso che Zeffirelli non abbia mai avuto consapevolezza di cosa vuol dire vivere l’omosessualità per una persona comune, che non ha la villa a Capri, che non vive ad alti livelli, come Dolce e Gabbana… livelli in cui non devono, come noi, invece… realtà più terra terra. Erano su un altro piano. Lo stesso Pasolini va inquadrato nel suo contesto storico. Bisogna distinguere l’aspetto della persona, del grande intellettuale, con le vicende della sua vita. Fu espulso dal partito comunista per indegnità morale quando si scoprì che era omosessuale, ma questo va considerato sempre nel contesto storico: non dimentichiamo che il partito comunista era a suo tempo un partito molto moralista, come lo era anche la democrazia cristiana, con tanta ipocrisia.

(continua…)

Genova, 4 maggio 2013
Nella sede di Approdo Arcigay Genova in vico di Mezzagalera 3
Leggi la prima puntata dell’intervista