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“Perché essere felice quando si può essere normale?” di Jeanette Winterson

Jeanette Winterson

“Perché essere felice quando si può essere normale?”, pubblicato nel 2012, è un racconto autobiografico di Jeanette Winterson, scrittrice fra le più originali della letteratura inglese contemporanea. Il suo romanzo d’esordio Non ci sono solo le arance, del 1985, ha vinto il Whitbread First Novel Award. La stessa autrice, successivamente, ne ha sceneggiato una serie televisiva. In Italia Winterson si è imposta nel 1992 con Scritto sul corpo, viaggio onirico nell’amore passionale fra l’io narrante, il cui sesso non viene specificato, e una bellissima donna sposata.

“Perché essere felice quando si può essere normale?”, però, supera l’autobiografia. La scrittrice scompone e rielabora episodi della propria vita, le scelte difficili, lo smarrimento e le ribellioni.

Jeanette, nata a Manchester nel 1959, viene adottata a pochi mesi da John e Constance Winterson, che vivono ad Accrington nel Lancashire. Con la madre adottiva, il rapporto è duro, complicato.

Mrs Winterson, bizzarra moralista e sessuofoba, reprime qualsiasi passione, si sente a disagio nel proprio corpo, vede l’Apocalisse imminente. Non può avere figli o, forse, non li desidera. La notte impasta torte per non dividere il letto con il marito. Lui, congedato dall’esercito al termine della Seconda Guerra Mondiale, appare emotivamente spento, rimpicciolito dalla ridondanza di una moglie “fuori misura” per il mondo reale. Entrambi sono cristiani evangelici pentecostali, ma Mrs Winterson crede in un Dio vendicativo e senza perdono. Quando si infuria con la figlia, ripete “Il diavolo ci ha condotti alla culla sbagliata”, la punisce rinchiudendola nella carbonaia al buio e al freddo, o lasciandola per ore seduta sui gradini, fuori dalla porta.

I Winterson appartengono alla classe operaia. Il padre lavora in una fabbrica tessile, nella zona industriale di Manchester. I soldi sono pochi, il cibo scarseggia, la casa è fatiscente e umida con il bagno nel cortile. Ma la povertà non condiziona Jeanette. La sua sofferenza e ribellione derivano dalla mancanza di amore, la paura dei sentimenti verso le coetanee, la negazione di vita che, ogni giorno, la famiglia le inietta nell’anima. Mrs Winterson vive l’omosessualità della figlia come opera del demonio e l’intera comunità sottopone la ragazzina e la sua compagna, appena dodicenni, a pratiche di esorcismo.

Le parole scritte salvano Jeanette. Le trova nei libri della biblioteca comunale – la narrativa inglese dalla A alla Z – e nei tascabili nascosti sotto il letto. Quando la madre li scopre ne fa un falò. Ma non può dare fuoco al mondo interiore della ragazza, al suo amore per la letteratura e le ragazze. Questo la rende felice. Ed è proprio questo il punto. “Perché essere felice quando puoi essere normale?”

A 16 anni, la giovane lascia l’abitazione dei genitori, vivendo prima in una vecchia auto, quindi ospite di amici, per poi entrare ad Oxford. Nel frattempo affronta un lungo e faticoso allontanamento emotivo.

L’infelicità dei genitori è un processo lento. Si posa sulle palpebre dei figli, ogni giorno, fino a incollarle. Una colla molto resistente, solo le lacrime possono scioglierla. Ma occorre trovarle toccando il profondo di sé, qualunque esso sia.

Come sarebbe stata la vita di Jeanette senza Mrs Winterson? Forse più semplice, oppure no. Magari con meno libri, quindi più povera. E come avrebbe imparato l’amore? Del resto, per tutti, è questa la parola più difficile. La strada più tortuosa. “Dove tutto comincia, dove sempre noi ritorniamo. L’amore. La mancanza d’amore. La possibilità di amare”.