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“Noi siamo infinito. Ragazzo da parete” di Stephen Chbosky

"Noi siamo infinito. Ragazzo da parete" di Stephen Chbosky

Caro amico,
ieri ho letto un libro bellissimo. L’ho letto di mattina presto, che è il mio momento preferito. Alle sei è ancora tutto buio e devo usare la torcia del cellulare. La metto un pochino di sbieco sullo schienale del divano, è sufficiente che illumini le pagine, poso un cuscino sulle ginocchia e divento anch’io carta, e inchiostro, e lettere, e spazi tra le lettere. Mi piace tanto quell’ora in cui la casa dorme e ci siamo solo noi, io e il mio libro.

 Questa storia che voglio raccontarti, dicevo, fa un po’ la cosa che sto facendo io adesso. C’è questo ragazzo che si chiama Charlie, ha quindici anni e quasi ogni giorno scrive una lettera a un tizio che chiama “caro amico”, solo che in realtà non è suo amico, e forse Charlie non è il suo vero nome, le lettere sono piene di indizi un po’ veri e un po’ falsi, perché non vuole essere trovato. Non vuole essere riconosciuto.

Charlie scrive al suo caro amico un po’ per lo stesso motivo per cui io ora scrivo a te. Perché sei uno che ascolta e che capisce, e penso tu lo possa capire meglio di tante persone, come ci si sente.

Quel libro in inglese si intitola “I benefici dell’essere un ragazzo da parete”, che può suonare un po’ strano, cosa ci sarà di bello a fare da tappezzeria alle feste, nessuno che ti invita a uscire, le ragazze che vorresti baciare e non ti degnano di uno sguardo, le amiche che si raccontano i segreti, si fanno dediche sui rispettivi diari nominando i ragazzi carini con parole in codice, e a te niente. A malapena sanno come ti chiami.

Charlie ha scritto la sua prima lettera alla vigilia delle superiori. Era spaventato, in questa scuola nuova non conosce nessuno a parte sua sorella, che però è all’ultimo anno e ha il ragazzo, non ha tempo per stare con lui. Gli manca il suo amico Michael, alle medie erano inseparabili, solo che a metà della terza si è sparato in testa e Charlie è rimasto solo.

Charlie è un po’ strano, le persone lo evitano per questo, ad esempio quando aveva sette anni ed è morta zia Helen era così triste che hanno dovuto portarlo in ospedale e dargli delle pillole, e ogni tanto ci deve tornare, quando gli vengono quei momenti così. Zia Helen è morta il giorno del suo compleanno, che era anche la vigilia di Natale. Era uscita per comprargli un regalo. Zia Helen era l’unica che gli faceva due regali, uno per Natale e uno per il compleanno. Era spesso triste, perché da bambina un amico del nonno le ha fatto delle brutte cose, ma il nonno non le ha creduto. Charlie invece sì. Solo che era piccolo, lo ha capito dopo, a cosa stava credendo.

Anche tu avevi paura, quando hai cominciato le superiori? Sai, per le ragazze ci sono dei giornalini apposta, ci consigliano il colore dello zaino e come vestirci, come bere o fumare perché nessuno si accorga che è la prima volta, quali frasi pronunciare per attaccare bottone, tipo «Ehi, ti sta proprio bene quel cappellino!». Pronunciare le frasi giuste sembra una cosa importante. Dico sembra, perché io a parlare non sono molto brava. Mi piace di più scrivere, come a Charlie. Lui è stato fortunato, ha un professore di inglese avanzato davvero forte, gli ha chiesto di chiamarlo Bill quando sono da soli e ogni tanto gli assegna un libro extra: Il giovane Holden, Lo straniero, Sulla strada. Gli chiede di scriverci sopra un saggio, cose del genere.

Charlie poi ha iniziato ad andarci, alle feste, con dei nuovi amici più grandi. Ha trovato la frase giusta un pomeriggio, sugli spalti del campo di baseball. Lo sport è un argomento piuttosto facile, se sei un ragazzo e vuoi attaccare bottone. Patrick e Sam sono fratello e sorella, o meglio, sono figli di due che si sono sposati tra loro. Sam è la ragazza più bella che Charlie abbia visto, ma gli ha chiesto di non pensare a lei in quel modo, che lui è troppo piccolo, e poi anche a Sam quando era bambina hanno fatto delle cose brutte. A Charlie piace, andare alle feste. Il privilegio di essere un ragazzo da parete è che può osservare meglio le persone, come si muovono, come parlano, e se sono felici. Ad esempio, quando Charlie ha visto Patrick baciare Brad, ha capito che non doveva dirlo a nessuno, perché Brad è il quarterback della scuola e ha una ragazza. Quando, un po’ di tempo dopo, Brad ha dato del frocio a Patrick davanti a tutti, Charlie non ci ha più visto e lo ha riempito di botte. I giornalini non te lo insegnano, ma a volte devi fare cose che non vorresti, che non ti appartengono, per difendere le persone a cui vuoi bene.

Quando siamo ragazzi da parete, ma anche quando sappiamo stare in società, non è detto che siamo davvero consapevoli di quale sia il nostro posto nel mondo. Di chi vogliamo essere. Di chi vogliamo siano i nostri amici. Di cosa significhi sentirsi veramente bene, ma anche sentirsi veramente male. Sarebbe bello che tu leggessi il libro, e lo facessi leggere ad altre persone a cui vuoi bene, perché penso che quando eravamo alle superiori ci sentivamo tanto soli, e un libro del genere forse può dare una mano. Ci sembra tutto così dannatamente assoluto, a quindici anni. Dicono che crescendo, poi, te ne distacchi un pochino, ma io non ci credo. L’unica differenza è che più cresci, più non puoi permetterti di perdere tempo, c’è da fare una scelta. O continui a guardare la vita dalla parete, o provi a fare un passo ed entrarci dentro.

Come direbbe Charlie, spero che tu sia felice e che stia passando una buona giornata. Non provare a cercarmi, o a capire chi sono, perché non ci riusciresti. Se però compri quel libro, e ti piace come è piaciuto a me, scrivi anche tu una lettera a qualcuno. Sono sicura che farai piacere a quella persona, e la renderai felice. Rendere felici le persone è un gran bel modo di passare le giornate.

Con tanto affetto,
Marta