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Recensione di “Global gay” di Frédéric Martel

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Prezzo: EUR 15,30
Da: EUR 18,00
Frédéric Martel, giornalista e sociologo francese, ha girato il mondo in cinque anni con una domanda: come stanno mutando le condizioni di vita delle persone LGBT?

Questioni commerciali e giuridiche, nuovi media e rapida circolazione delle news, forme di militanza e progressi politici, organizzazioni urbane e abitudini globali si intrecciano in un quadro suggestivo e ampio, ricco di informazioni, testimonianze, incontri.

Scritto con il piglio del giornalista, l’entusiasmo dell’attivista, lo sguardo del sociologo, Global gay riporta esperienze di vita dislocate nei diversi continenti e accompagna il lettore in un percorso costellato di traguardi raggiunti e barriere ancora da abbattere.

La tesi del libro è molto semplice: l’immaginario e la vita delle persone LGBT sono sempre più globalizzati, benché persistano alcune specificità locali. A Taiwan, in Brasile, in Sudafrica o in Francia, si va diffondendo un gay way of life uniforme, globale appunto. I luoghi di ritrovo vanno sempre più assomigliandosi, in ogni festival si promuovono gli stessi cult movies, le icone musicali si riducono a pochi nomi. L’attivismo si colora sempre delle stesse tinte, più rosee nei Paesi occidentali, più fosche nei regimi dittatoriali o teocratici. Il dato fondamentale è la visibilità a cui le comunità LGBT si stanno esponendo in ogni parte del mondo, con ricadute pesanti nella vita politica come in quella economica: dal riconoscimento dei diritti civili alla diffusione di marchi commerciali che coltivano o sfruttano l’immaginario LGBT.

Il riconoscimento della dignità delle persone omosessuali e l’estensione dei diritti civili stanno ritmando una rivoluzione culturale e sociale iniziata meno di un secolo fa. L’omosessualità è stata depenalizzata per la prima volta in Danimarca nel 1933; lo stesso Paese, primo al mondo, ha riconosciuto le unioni civili nel 1989. La costituzione sudafricana, approvata nel 1996, è la prima a includere la tutela delle persone omosessuali. Il matrimonio invece è stato introdotto per la prima volta nel 2001 nei Paesi Bassi. La battaglia legale per il riconoscimento del matrimonio negli Stati Uniti è seguita come una marcia trionfale: nel 2003 una sentenza della Corte suprema del Massachusetts obbliga lo stato a riconoscere il diritto al matrimonio anche alle coppie omosessuali; un effetto domino rovescia tabù e divieti in molti altri stati della federazione. Per Obama, erede del movimento afroamericano, per il quale era inconcepibile la norma “separate but equal”, appoggia la causa dopo vari tentennamenti e nel 2012 dichiara ad Abc News che per lui “le coppie dello stesso sesso devono potersi sposare”.

Tuttavia la vita delle persone LGBT permane difficile, quando non pericolosa, in molti paesi africani e asiatici. La Cina per esempio nel 1997 ha depenalizzato l’omosessualità, ma non la militanza in suo favore; molte associazioni trovano invece accoglienza nella più democratica Hong Kong. Una situazione curiosa si registra in molte ex colonie britanniche (tra cui India, Pakistan, Birmania, Malesia, Singapore) dove la penalizzazione dell’omosessualità è un retaggio del codice penale vittoriano. Anche in Africa si assiste a una omofobia d’importazione coloniale: l’omosessualità è reato in molte ex colonie britanniche, ma raramente in quelle francesi, poiché il codice napoleonico non trattava l’argomento.

Le resistenze al movimento LGBT sono forti anche nell’Europa centrale e orientale, dove si contano clamorosi regressi, come in Ungheria, dove nel 2012 è entrata in vigore una nuova costituzione in cui il matrimonio viene definito come “unione naturale fondamentale tra un uomo e una donna”. La Russia di Putin fa da traino a una congerie di Paesi satelliti dove, per esempio, i Gay pride sono vietati. E spiace constatare che l’Italia galleggia in un’area grigia, imbrigliata da un dibattito culturale arretrato, dall’inerzia delle istituzioni e da rappresentanti politici ignavi e talvolta offensivi.

Ma oltre alle battaglie legali e politiche, appassionano in Global gay anche le storie delle associazioni LGBT, di singole persone comuni o in prima linea. L’ampio materiale a volte però rischia di congestionarsi e ridursi a una poltiglia di testimonianze individuali, colorite e succose per il coinvolgimento personale, ma di media attendibilità oggettiva. L’alto numero di Paesi visitati in così tempo non permette all’autore di approfondire le molte questioni affrontate, riportate un po’ corrivamente, senza un’indagine accurata: bastano in Iran due settimane per conoscere le condizioni di vita degli omosessuali, con annessi aspetti giuridici, sociali, culturali, organizzativi? Così altre informazioni sono dette di sfuggita, come quando si accenna ad antichi matrimoni omosessuali in Siria o alle lady boys in Thailandia. Anche qualche errore stupisce per la gravità, come quando Berlusconi viene definito un capo di Stato.

Trascurando i difetti appena elencati, il lavoro di Martel è meritorio e necessario, capace di gettare uno sguardo unitario su un fenomeno tanto vasto quanto frammentato dalle notizie che giungono isolatamente dalle diverse parti del mondo. I traguardi raggiunti dal movimento LGBT e gli scopi ancora da realizzare si connettono in un’unica trama, collegando Paesi lontani in una marcia comune. La consapevolezza di un percorso collettivo, la vigile attenzione su quanto accade anche oltre i confini nazionali, la diffusione delle conoscenze, sono tappe fondanti di una coscienza civile costantemente in costruzione e in evoluzione. Per queste ragioni ci si può augurare che Global gay venga letto dal più eterogeneo e vasto numero di persone.

Damiano Sinfonico

 

Nota: L’autore ci ha segnalato che nell’edizione originale Silvio Berlusconi non viene mai presentato come un capo di stato. L’errore sarebbe quindi da imputare alla traduzione italiana.