Nell’aprile del 1877 il giovane Oscar Wilde fece tappa a Genova durante un viaggio verso la Grecia, accompagnato da amici e dal suo ex professore. In quell’occasione, durante la Settimana Santa, visitò Palazzo Rosso e rimase profondamente affascinato dal dipinto San Sebastiano di Guido Reni (1615-16).
Wilde rimase ammaliato dalla struggente bellezza di questa figura di martire dall’estetica sensuale, raffigurato come un bellissimo giovane trafitto dalle frecce e legato a un albero, con lo sguardo estatico rivolto al cielo. Vale la pena sottolineare che all’epoca Guido Reni non godeva di grande fama internazionale, eppure a livello locale il suo San Sebastiano era considerato una tappa obbligata per i visitatori colti a Genova. Wilde, da appassionato d’arte, non volle perderselo. Lui e i suoi compagni ne rimasero “altamente impressionati”, al punto che l’immagine del giovane martire si impresse indelebilmente nella sua memoria.
Poche settimane dopo, a Roma, Wilde visitò il Cimitero Acattolico e si raccolse davanti alla tomba del poeta romantico John Keats. Profondamente commosso, definì quel luogo “il più sacro di Roma” e si inginocchiò in segno di devozione. In quell’istante il pensiero tornò al San Sebastiano ammirato a Genova: ai suoi occhi Keats apparve come un martire della bellezza, proprio come Sebastiano. Sull’onda di questa ispirazione, Wilde scrisse un sonetto dedicato a Keats, intitolato “The Grave of Keats” (La tomba di Keats), in cui l’immagine del giovane santo compare nei versi.
Wilde paragona Keats a San Sebastiano: “Il più giovane dei martiri qui giace, bello come Sebastiano, e trucidato giovane come lui”. L’idea è che Keats, strappato al mondo in gioventù, sia un “Priest of Beauty slain before his time” (un Sacerdote della Bellezza ucciso prima del tempo) come il santo trafitto. Wilde aggiunse al sonetto una nota in prosa esplicativa, in cui descrisse la visione avuta al cospetto della tomba: «Accanto alla modesta tomba di questo divino fanciullo, pensai a lui come a un Sacerdote della Bellezza ucciso prima del tempo; e mi si presentò dinanzi agli occhi l’immagine del San Sebastiano di Guido che avevo visto a Genova, un bel ragazzo bruno, con folti capelli ricciuti e labbra rosse, legato a un albero da nemici malvagi e, benché trafitto da frecce, con gli occhi levati in uno sguardo divino e appassionato verso la Bellezza Eterna dei Paradisi che gli si aprivano dinanzi». Questa potente visione fonde la figura reale di Keats con l’ideale artistico incarnato dal San Sebastiano di Reni, elevando il poeta defunto allo stato di martire della bellezza immortale.
Il contenuto fortemente estetizzante (e sottilmente erotico) di questi testi non passò inosservato. Padre Matthew Russell, direttore della rivista cattolica Irish Monthly dove il sonetto venne pubblicato nel luglio 1877, suggerì a Wilde di attenuare certi termini, ad esempio di sostituire la parola “boy” (fanciullo) che ricorreva nella nota. Wilde però si rifiutò di cambiare anche una virgola, lasciando intatte sia le allusioni alla giovinezza angelica, sia l’adorazione quasi sensuale per il “lovely brown boy” san Sebastiano. Questa scelta indica quanto fosse intenso il trasporto di Wilde per l’ideale di Bellezza che il santo rappresentava.
Molti anni dopo, all’indomani del processo e della prigione per “gross indecency”, Wilde scelse Sebastian come nuovo nome durante il suo esilio a Parigi, presentandosi come Sebastian Melmoth. In un certo senso “si ammantò di Sebastiano” per rivelare la propria identità profonda, identificandosi con l’“antico perturbatore” che sfida le convenzioni attraverso la bellezza e il sacrificio.
Wilde non fu il solo ad essere affascinato da San Sebastiano. Nel corso del tempo questa figura è stata risignificata da numerosi artisti e autori queer. Lo scrittore giapponese Yukio Mishima, ad esempio, rimase ossessionato proprio dalla versione di Guido Reni: nel romanzo semi-autobiografico “Confessioni di una maschera” (1949) il giovane protagonista scopre la propria omosessualità contemplando una foto del San Sebastiano di Palazzo Rosso. Mishima stesso, poco prima del suicidio, posò in una famosa serie di fotografie impersonando San Sebastiano trafitto dalle frecce. Nel cinema, il regista britannico Derek Jarman realizzò nel 1976 il film “Sebastiane”, che reinterpreta in chiave esplicitamente omoerotica e spirituale la vita del santo. Questi richiami moderni testimoniano come Sebastiano sia divenuto un’icona gay per eccellenza: il suo giovane corpo nudo e tormentato, lo sguardo estatico sospeso fra dolore e estasi, hanno offerto alla comunità queer un potente simbolo di sofferenza silenziosa e resilienza. Come notò acutamente Susan Sontag, nelle raffigurazioni artistiche il santo sopporta il supplizio con un’espressione che mescola piacere e dolore, senza gridare, un atteggiamento che è stato paragonato all’esperienza di molti uomini gay costretti a celare la propria identità. Persino gli elementi visivi, come le frecce che penetrano il corpo e le mani legate, sono stati riletti in chiave erotica e sadomasochistica, aggiungendo ulteriori livelli di significato.
In definitiva, la visita di Oscar Wilde a Genova nel 1877 non fu soltanto una tappa turistica, ma un vero e proprio incontro con un simbolo. Davanti al San Sebastiano di Guido Reni, Wilde riconobbe l’incarnazione del suo ideale di bellezza perseguitata e immortale. Quel “bel ragazzo bruno” trafitto e glorioso continuò ad accompagnarlo per tutta la vita, dai versi giovanili fino allo pseudonimo scelto in esilio. Ancora oggi, sia nell’arte sia nell’immaginario LGBTQIA+, San Sebastiano resta una figura emblematica: il martire che unisce spiritualità e sensualità, dolore e trionfo, diventando un icone di resistenza e di orgoglio nella cultura queer contemporanea.
Fonti
- https://fosca.unige.it/Palazzo%20Rosso
- https://www.theguardian.com/books/2008/feb/16/art1
- https://news.artnet.com/art-world/saint-sebastian-gay-icon-art-history-2137555
- https://outreach.faith/2023/01/how-saint-sebastian-became-a-queer-icon/
- https://www.thecatholicheraldinstitute.org/news/reimagining-saint-sebastian-from-pretorian-guard-to-artistic-lodestar

