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E se anche Dio fosse queer?

Dio queer

Non sono etero, né gay, né lesbica o bisessuale. Quanto è importante per voi che io mi definisca come maschio o femmina, o come trans-gender o transessuale? Per me non lo è, niente affatto. Ed è proprio questo che vi disturba, di quell* come me, che vi ossessiona: il nostro non definirci, così potente e sovversivo, così spaventoso, che non lo potete accettare. Avete bisogno di metterci un’etichetta, di cucirci addosso una parola: e allora sì, eccovela la parola, chiamateci queer, gli “obliqui”, quelli “strani”.

Ma state attenti, perché nel momento stesso in cui mettete un nome sulle nostre identità ribelli, ci date un nuovo potere e una nuova capacità di insurrezione. Non ci rinchiudono, quelle cinque lettere, siamo noi che le afferriamo, come grimaldelli, per scardinare le vostre certezze, il vostro binarismo rassicurante e perbene. Queer: ci basta accostare questo aggettivo a una parola qualsiasi per renderla inafferrabile, per trasformarla in una possibilità nuova, libera e liberante, eppure spaventosa.

Come accade con la parola “Dio”, Dio queer.

Del resto, che cosa c’è di più queer di una perfetta trascendenza che è anche ineffabile immanenza, di un creatore che è creatura, dell’eterno che entra nel tempo, dell’assolutamente libero che si piega alle leggi dell’universo, e perfino alla morte, per spezzarle dall’interno, frantumarle, annunciarne la fine?

Chi è più queer di Dio, chi più di Dio è privo di un’identità sessuale, di genere, di orientamento? Chi più di Dio decostruisce, o esiste senza aver mai costruito, la propria identità?

È possibile, sì, un discorso queer intorno a Dio: una teologia queer, di liberazione, che affronti le sopraffazioni sessuali e di genere, che superi l’ideologia etero-normativa e binaria, fonte del dominio patriarcale sulle persone non omologate, come noi.

È possibile una teologia che favorisca l’emergere delle nostre identità fluide e complesse, che riconosca in Dio l’origine e il sacrario di tutte le differenze, di tutte le identità e le non-indentità, in cui superare la paura dell’altro da sé.

È possibile una teologia che sia politica, che risponda alle esigenze, al disagio, al dolore della marginalità delle persone queer: è la “teologia indecente” di Marcella Althaus-Reid, e di un Dio destabilizzante, che scuote e sovverte l’ordine prestabilito, spezzandone le regole anche quello della sessualità; è la teologia di Elizabeth Stuart, di un Dio queer inclusivo di tutte le diversità sperimentate, patite o godute dagli esseri umani. Una teologia che riconosce che nessuna identità umana è una via di salvezza, ma che apre alla grazia di Dio, che ci raggiunge come e dove siamo, nel nostro essere a pezzi, nella nostra identità frammentata (Letizia Tomassone, La teologia queer scompagina le carte, p.167-176, in Paolo Rigliano (a cura di) Sguardi sul genere, Mimesis ed. 2018).

Non vi faccia paura, allora la nostra identità obliqua: nessuno è solo queer, ma tutti, anche voi, lo siete almeno un poco; non vi faccia paura il Dio queer e indecente, perché è il Dio in cui c’è posto per tutt*, anche per i più paurosi: anche per voi.


Chi pensasse che “Il Dio queer” sia semplicemente un altro libro sulla fede cristiana e l’omosessualità sbaglierebbe: la teologia queer proposta da Marcella Althaus-Reid è molto di più e proviene da un universo concettuale e spirituale altro che non cessa di provocare e di stupire. Per l’autrice, parlare di Dio queer significa parlare di una trascendenza foriera di trasformazione, di una fonte immanente di scompaginazione rivoluzionaria, per far emergere ciò che contraddice lo status quo, e dunque anche le norme che regolano la sessualità e il potere che ne deriva.