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Coming out vs outing: due parole al prezzo di una

coming out vs outing

Immagina di essere a un aperitivo con una decina tra amici e conoscenti. Si parla di un argomento qualsiasi – il nuovo singolo di Katy Perry, ad esempio – e ti rendi conto che tutti la pensano allo stesso modo: la canzone è inascoltabile, non è all’altezza di Roar o I kissed a girl, ormai Katy è finita come artista. Lo pensano tutti, ma proprio tutti, tranne te.

Tu adori quel singolo, lo canti sotto la doccia tutte le mattine. Solo che non lo dici. Sfoderi il sorriso più mummificato che ti viene, annuisci, fai finta di essere uguale a loro, ti tremano le gambe all’idea che qualcuno ti chieda cosa ne pensi.

Ecco, in questa circostanza non hai fatto coming out. Non hai rivelato qualcosa di te, qualcosa che potrebbe essere frainteso, non accettato, contestato, ma che… sei tu.

Immagina ora che una persona, a quell’aperitivo, sappia benissimo che quella canzone ti piace da matti. Che sia così (ubriaca? ingenua? cattiva?) da notare il tuo sorriso mummificato e dire: Fermi tutti: qui c’è qualcuno a cui quella canzone piace!. Sta fissando proprio te. È inequivocabile, che stia parlando di te. Se ne accorgono tutti.

Ecco, questa persona ha fatto outing. Ha rivelato qualcosa non di sé, ma di qualcun altro, di te, senza il tuo consenso.

Certo, rivelare il proprio orientamento sessuale non è come dire di amare o meno una certa canzone. In piccolo, però, stai ugualmente esprimendo qualcosa che si discosta dalla maggioranza. A me, ad esempio, non piace la Coca Cola, né dormire fino a tardi. Ancora oggi mi vergogno a dirlo, perché so che il resto del mondo si muove diversamente, e sono io a sentirmi “quella strana”.

Spesso usiamo le parole coming out e outing come fossero sinonimi. Quando leggi sul giornale che il tale vip ha fatto outing, ovvero ha rivelato di essere gay o lesbica o bisessuale, chi lo ha scritto sbaglia. L’outing è una delle situazioni più terribili che possano capitare a una persona LGBTQ (Lesbica, Gay, Bisessuale, Trans, Queer), soprattutto se è ancora nella fase del capirsi, dell’accettarsi, del lo-dico-o-non-lo-dico.

Usare una parola o un’altra può fare la differenza. Chiedilo a chiunque abbia fatto coming out, chiedetelo a chiunque abbia subito un outing. Chiedilo non come fosse un fatto di cronaca, freddamente, ma chiedi cosa vuol dire davvero, come ci si sente prima e come ci si sente dopo. Quando pensi che stia per caderti il mondo addosso, e qualche volta purtroppo succede, ma il più delle volte il mondo resta lì dov’è.

Inoltre, c’è la questione del saper parlare, soprattutto se in una lingua che non è la nostra. Coming out è un verbo riflessivo: significa “star venendo fuori” e traduce l’espressione americana “uscire dall’armadio”, l’armadio in cui teniamo gli scheletri, hai presente? Outing invece è un verbo transitivo: la radice è la stessa dell’out di coming out, e si può tradurre con “stare buttando qualcuno fuori dall’armadio“. Facile, no? Si viene fuori per propria scelta, ma a nessuno piace essere buttato fuori.

Il coming out è così importante che in tutto il mondo, da quasi 30 anni, lo si celebra come una festa. Per ricordare non solo che la visibilità delle persone LGBTQ è importante come quella di chiunque altro, ma anche che tutto può essere rivelato, e che se lo fai il mondo non cade. Per questo abbiamo scelto una campagna video aperta a chiunque, per raccontarsi in pochi secondi, uscire allo scoperto su ciò che più si desidera. Non capita mica tutti i giorni, di poterlo fare in così tanta libertà. Per questo ti aspettiamo sabato 15 ottobre a Sampierdarena, per rivelare qualcosa di te (se lo vorrai) e lasciare che qualcuno ti riveli qualcosa in cambio (se lo vorrai).

E poi diciamolo, se si chiamasse Outing Day suonerebbe malissimo, no?

Molte persone pensano di non conoscere nessuno che sia gay o lesbica: anche per questo è imperativo che noi usciamo allo scoperto (in inglese “come out”, ndr), facciamo sapere alle persone chi siamo e scardiniamo le loro paure e i loro stereotipi.
(Robert Eichberg, ideatore insieme a Jean Leary del primo Coming Out Day)