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Transfobia in famiglia con Vladimir Luxuria

Lo scorso martedì 7 giugno si è tenuto l’incontro Auguri e figli Trans! Spettacolo, comunicazione e media nella lotta all’omotransfobia nell’ambito dell’evento “Music for Peace” di Genova. Gli interventi hanno portato l’attenzione sul ruolo che la comunicazione e lo spettacolo svolgono nella lotta all’omotransfobia.

È emersa una forte contrapposizione tra una cultura spesso pensata e veicolata per un pubblico già familiare e pronto a certe tematiche ed un’altra fetta di pubblico assolutamente estranea. Le esperienze più difficili hanno luogo nelle scuole dove si riscontra spesso, non tanto nel corpo docente quanto nelle famiglie (a volte in numero esiguo), l’opposizione alla possibilità di veicolare spettacoli, film e contenuti, a tematica LGBT.

C’è una sorta di “dittatura di pochi” esercitata da parte di genitori, persone se inquadrate in un contesto sociale più generale, in grado di orientare in senso riduttivo l’offerta culturale.

L’auspicio “Auguri e figli Trans!” espresso da Vladimir Luxuria nei confronti della presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è stato citato durante l’incontro come esempio per parlare di quella omofobia di fondo che influenza e controlla la libera diffusione della cultura LGBT. La risposta di Giorgia Meloni a quell’augurio fu infatti data partecipando ad una serie di salotti televisivi per denunciare la “cattiveria” alla base di quella dichiarazione.

Da dove arriva quindi il bisogno di denunciare, se non dal presupposto che l’omosessualità e il transgenderismo siano quanto di meno auspicabile per un futuro genitore? Non stupisce che nelle cosiddette “famiglie tradizionali” non si parli di omosessualità e transgenderismo, con buona pace dei figli che cercheranno le informazioni comunque, magari sulle fonti più a portata di mano, ma eventualmente più distorte, se non fuorvianti.

Cosa fare quindi? Siamo sicure e sicuri che il vero problema sia quello di coinvolgere e comunicare gli eventi? Oppure forse il problema è alla base è può essere affrontato solo attraverso un’educazione alla diversità anzi alle diversità?

Testo e foto di Davide Potente