Il Grande Colibrì: intervista a Pier Cesare Notaro

Se non conoscete questo blog, è una lettura che vi consigliamo caldamente. Il Grande Colibrì, parte del progetto di comunicazione interculturale MOI – Musulmani Omosessuali d’Italia, si occupa di diffondere notizie LGBTQ* da ogni parte del mondo.

Abbiamo rivolto alcune domande al suo fondatore Pier Cesare Notaro.

Sulla base della vostra esperienza, quali sono i compiti e le responsabilità di un organo di informazione (un blog, una rivista, una pagina Facebook e così via) nell’ambito di un percorso di attivismo orientato al dialogo interculturale, al rispetto delle reciproche diversità, al superamento di pregiudizi e discriminazioni?
Credo che una buona informazione interculturale sia semplicemente una buona informazione. In questo senso, occorre fare bene quello che chiunque voglia fare informazione dovrebbe fare: non solo raccogliere, verificare e diffondere le notizie, ma anche renderle comprensibili, ad esempio ponendole nel loro contesto, evidenziando relazioni che potrebbero sfuggire, evitando le scorciatoie del pregiudizio e le semplificazioni dello stereotipo. Se a questo aggiungiamo anche l’aspetto del media-attivismo, diventa importante anche la ricerca di esperienze positive di dialogo e la comprensione di quali elementi possano essere riproposti in nuove esperienze. Altrettanto importante è non cadere in una ricerca di consenso forzoso: in altre parole, non si deve essere tentati dal tacere su alcuni aspetti negativi per mantenere il quieto vivere.

Un altro aspetto importante, e a volte più spiacevole, è quello di saper analizzare il contesto dell’informazione: in Italia, ad esempio, il sistema dell’informazione LGBT comprende esperienze molto interessanti, ma spesso, quando cerca di raccontare il resto del mondo, si rivela un po’ povero (in genere ci si limita a riscrivere con parole proprie gli articoli pubblicati da portali anglofoni, non sempre molto affidabili) e troppo accondiscendente con alcune espressioni di pregiudizio. Riflettere insieme, però, non è sempre facile.

Nei Paesi a maggioranza musulmana esistono forme di associazionismo e attivismo LGBTQ*, “istituzionale” oppure composto da reti informali?
I Paesi a maggioranza musulmana sono molti e hanno enormi differenze politiche, culturali e anche religiose tra loro.  E questo si riflette anche sull’organizzazione delle comunità LGBT. Ci sono esempi molto positivi: in alcuni Paesi come l’Indonesia il movimento queer è più antico di quello italiano, in altri come l’Albania le associazioni sono molto giovani ma anche molto agguerrite (sono riuscite a far approvare all’unanimità dal parlamento una legge contro l’omofobia all’avanguardia nel mondo). Nella maggior parte dei paesi, però, le difficoltà sono molte, anche perché l’omosessualità è criminalizzata: in questi casi possono esistere gruppi non ufficiali ma semi-pubblici, come in Marocco, oppure gli attivisti devono lavorare di nascosto, spesso all’interno di organizzazioni per i diritti umani “generaliste” o di reti femministe. In altri casi ancora, come nei paesi del Golfo, esistono solo singoli attivisti isolati che operano esclusivamente sul web.

Dove esistono, riescono a comprendere le differenti sfaccettature delle identità LGBTQ*? 
Anche qui le cose variano molto da Paese a Paese. In generale, però, la componente gay maschile ha maggiore visibilità, anche perché spesso le lesbiche considerano, facendo un’analisi realista, che la battaglia per il riconoscimento dei diritti delle donne sia una priorità e che solo dopo questo riconoscimento sarà possibile una reale apertura sulle diverse espressioni sessuali. La componente transgender e intersessuale, poi, spesso è molto visibile, anche sui media, per una molteplicità di ragioni: le tradizioni accoglienti del passato stanno riemergendo, lo stigma religioso è più debole o assente, le persone trans e intersessuali si sono organizzate da molti anni in associazioni forti che hanno dimostrato una grande abilità politica

Quale supporto è dato a persone con diverse identità di genere nei Paesi a maggioranza islamica (penso ad esempio agli hjiras dell’area indiana)?
Alcuni Stati garantiscono alle persone transgender diritti pari o superiori a quelli garantiti ad esempio in Italia: l’Indonesia ha fatto enormi passi avanti, lo stesso si può dire dell’Iran, anche se qui c’è il drammatico fenomeno delle “transizioni forzate”. In altri paesi, soprattutto nella penisola arabica, non sono riconosciuti diritti, ma il dibattito è aperto, soprattutto grazie alla forte spinta dei medici. In tutti i casi, però, la realtà sociale è quella che purtroppo conosciamo bene anche in Italia: tanti pregiudizi, discriminazioni nella ricerca del lavoro e dell’alloggio, una povertà generalizzata, in molti casi la carità e la prostituzione come uniche risorse per la sopravvivenza.

Quali differenze vi sono tra la percezione del “terzo sesso” in questi Paesi e la percezione delle persone transgender/transessuali nei Paesi occidentali?
In molte aree geografiche a maggioranza musulmana, il concetto di transessualità è estraneo alle culture e alle tradizioni locali, mentre invece da secoli è riconosciuta l’esistenza di un “terzo sesso”, come nel caso delle hijra pakistane o delle waria indonesiane. Queste persone, nate con un corpo maschile, usano abiti femminili e adottano comportamenti e atteggiamenti tipici delle donne del loro contesto sociale, ma non sentono di appartenere al genere femminile: si collocano semplicemente in un terzo genere, distinto tanto da quello maschile quanto da quello femminile. Fino a epoche non lontanissime queste persone godevano spesso di alta considerazione sociale, arrivando ad esempio a rivestire importanti ruoli governativi, ma la morale europea dei colonizzatori riuscì a imporre un forte stigma, che solo recentemente si sta erodendo.

Quale contributo può dare un’associazione come Arcigay per favorire il dialogo interculturale tra le persone LGBTQ* del proprio territorio, con particolare attenzione ai migranti?
Arcigay ha avviato un’esperienza estremamente positiva con il progetto Migra, che ha aiutato molte persone LGBT perseguitate nel proprio paese a trovare protezione e asilo in Italia. Per favorire il dialogo interculturale, serve soprattutto la costruzione di una rete all’interno e all’esterno del nostro movimento: con alcune associazioni locali, ad esempio, abbiamo organizzato incontri, dibattiti, mostre… Sono tutte esperienze in un certo senso “piccole”, ma che hanno aumentato la consapevolezza e la capacità di tutte le realtà coinvolte. Grande attenzione andrebbe poi data all’informazione, a quella che creiamo (ad esempio, controllando che la nostra comunicazione sia chiara nel non esprimere pregiudizi, rendendoci conto dell’importanza che avrebbe tradurre non solo in inglese un particolare volantino, non usando sempre e solo immagini di persone “bianche”…) e a quella che diffondiamo (ad esempio, scegliendo fonti attendibili, dando spazio alle notizie dal resto del mondo, diffondendole sui nostri network…). 

Ringraziamo Pier Cesare Notaro per la disponibilità e vi invitiamo a seguire il blog Il Grande Colibrì e il progetto MOI – Musulmani Omosessuali in Italia.