Persecuzione e sterminio

L’ascesa al potere di Hitler, nel gennaio del 1933, segnò l’inizio della totale distruzione del movimento omosessuale tedesco e l’inizio di una spietata persecuzione.
Alla fine di febbraio il ministro dell’interno Hermann Göring, emanò una serie di provvedimenti che abolivano il segreto epistolare, interdivano la stampa omosessuale, ordinavano la chiusura dei locali notturni. Le associazioni omosessuali vennero messe fuori legge.
Nel 1934 venne istituito il Reichszentrale zur Bekämpfung der Homosexualität und der Abtreibung (Ufficio centrale del Reich per la lotta all'omosessualità e all'aborto), uno speciale reparto della Gestapo che si occupava dell’omosessualità. Cominciarono ad essere stilate quelle che vennero chiamate le “liste rosa”, nelle quali venivano raccolti i dati relativi agli omosessuali.
Il 30 giugno dello stesso anno, nella “Notte dei lunghi coltelli”, Hitler si sbarazzò delle SA, ala sinistra del partito nazista, e con essa del suo capo, Ernst Röhm, omosessuale, il cui comportamento “scandaloso” era diventato motivo di imbarazzo per il regime. Nonostante i motivi politici dello sterminio, giustificando quanto accaduto, Hitler denunciò tra le altre cose il pericolo di una “congiura omosessuale” contro “la concezione normale di una nazione sana e contro la sicurezza dello stato”.
Nel settembre 1935 il Paragrafo 175 fu inasprito: le pene detentive per il “reato” di omosessualità passarono dai 5 ai 10 anni; successivamente anche gli abbracci tra uomini, i baci e persino le fantasie omosessuali divennero punibili dalla legge.
Il destino degli omosessuali tedeschi seguì quello di tutte le minoranze perseguitate dalla follia nazista: l’internamento e lo sterminio nei campi di concentramento. Già dall’autunno 1933 si ha notizia dei primi internati omosessuali. A partire dal 1936 vennero indicati con un triangolo rosa.
Rosa, come il colore delle ragazzine, che serve per ridicolizzare la mascolinità.
La posizione degli internati omosessuali fu fin dall’inizio tra le peggiori: in molti casi essi costituirono l’ultimo gradino della gerarchia del lager.
Oggetto di violenze immotivate, trattati con particolare disprezzo dai nazisti e spesso anche dagli altri detenuti, i deportati omosessuali vennero destinati a lavori particolarmente duri, nella convinzione che in tal modo potessero essere indotti a cambiare inclinazione.
Così Rudolf Höß, comandante per due anni del lager di Auschwitz e poi di quello di Sachsenhausen, descrive freddamente la condizione di vita dei prigionieri omosessuali:

“A Sachsenhausen fin dal principio gli omosessuali vennero posti in un blocco isolato, e egualmente vennero isolati dagli altri prigionieri durante il lavoro. Erano adibiti ad una cava di argilla di una grande fabbrica di mattonelle; era un lavoro duro, e ciascuno doveva assolvere una determinata norma. (...) Estate o inverno, erano costretti a lavorare con qualunque tempo. L’effetto di quel lavoro, che avrebbe dovuto servire a riportarli alla “normalità”, era differente a seconda delle diverse categorie di omosessuali. (...) Quelli che intendevano realmente guarire (...) sopportavano anche i lavori più duri, gli altri decadevano fisicamente giorno per giorno”.

Elementi spesso considerati inutili, in molti casi furono tra i primi ad essere mandati nelle camere a gas.
La testimonianza di un ex deportato omosessuale, Heinz Dörmer:

“Quanto più spesso e più forte (le SS) ci picchiavano, tanto più aumentava la considerazione per loro. (...) Eravamo considerati una razza infame ed essi potevano fare di noi tutto ciò che volevano. Se uccidevano qualcuno di noi venivano addirittura lodati e noi dovevamo stare a guardare”.

Difficile era anche il rapporto con internati di altre categorie. Il timore di essere scambiati per omosessuali portava i più ad isolare i triangoli rosa. Il fatto che alcuni omosessuali, concedendo favori sessuali ai kapò, riuscissero ad ottenere dei vantaggi, inoltre, rese la categoria disprezzata dagli altri detenuti.
Come confermano numerosi documenti ritrovati in diversi lager, tra le cause di morte degli internati omosessuali vi furono anche gli aberranti esperimenti clinici cui molti vennero sottoposti. Heinz Heger ricorda:

“un omosessuale che entrava in ospedale aveva pochissime probabilità di uscirne vivo.  All'ospedale i deportati col triangolo rosa servivano da cavie per le ricerche e gli esperimenti medici che il più delle volte finivano con la morte.”

Emblematico è il caso di un medico delle SS, il danese Carl Vaernet, attivo nel lager di Buchenwald.
Nel folle tentativo di “guarire” i prigionieri omosessuali, egli impiantò in diverse cavie una “ghiandola sessuale artificiale” a base di dosi massicce di testosterone. L’esperimento non solo fallì, ma portò alla morte l’80% delle cavie. Lo stesso Vaernet venne incaricato della castrazione dei prigionieri.
La castrazione dei detenuti omosessuali era molto diffusa, anche perché, se esplicitamente richiesta dagli stessi omosessuali tedeschi, indicava una precisa volontà di “guarire” dalla malattia e poteva fargli evitare il carcere e l’internamento nei lager.
Nel 1939 Himmler stabilì che il ricorso a queste pratiche sarebbe potuto avvenire anche senza il consenso esplicito degli interessati, e nel 1943 lo stesso Himmler diffuse in alcuni campi la voce in base alla quale gli omosessuali che avessero accettato di essere castrati avrebbero potuto fare ritorno a casa. Molti furono coloro che vi si sottoposero.
Probabilmente non si saprà mai il numero esatto delle vittime omosessuali della follia nazista.
In base ai dati più attendibili, il numero di persone arrestate in base al Paragrafo 175 tra il 1933 e il 1945 è di circa 100.000. Di queste, 60.000 scontarono la pena in carcere, e dai 10.000 ai 15.000 furono internate nei campi di concentramento. Degli internati, si calcola che il numero dei morti sia compreso tra i 6.000 ai 9.000. In base ai calcoli dello storico Rudiger Lautmann, la mortalità dei triangoli rosa è una delle più alte tra le varie categorie di internati: il 60 per cento, la maggior parte dei quali durante il primo anno di internamento.
Un calcolo esatto delle vittime omosessuali dei campi di concentramento nazisti è ostacolato dal fatto che molte persone vennero condannate in base al Paragrafo 175, pur non essendo omosessuali, per motivi politici; viceversa, molti omosessuali politicamente attivi vennero internati con imputazioni politiche. Gli archivi di molti lager, inoltre, vennero distrutti poco prima della liberazione. Inoltre gli alleati non tennero in nessuna considerazione la condizione degli omosessuali durante il nazismo, contribuendo così al silenzio e alla perdita della memoria di quelle stragi.

Il Paragrafo 175. (orig. USHM)
Introdotto in Germania nel 1871, il Paragrafo 175 puniva con la reclusione fino a cinque anni i rapporti sessuali “contro natura” fra uomini. Nel 1929, su proposta della commissione di giustizia, il Reichstag si apprestava ad abrogarlo. Se ciò fosse avvenuto, gli omosessuali non sarebbero più stati considerati dei delinquenti.
Giunti al potere dopo il crollo della democrazia tedesca, i nazisti ereditarono il Paragrafo 175 e lo inasprirono. Persino le “fantasie omosessuali” divennero perseguibili. In certi casi era prevista anche la prigione a vita.

L’Eldorado di Berlino chiuso e sorvegliato dai nazisti – 1933. (orig. USHM).
Successivamente venne trasformato in un centro di arruolamento del partito nazista (NSDAP).
Con l’avvento del regime nazista, la vita associativa omosessuale venne distrutta. Berlino, considerata come la capitale della libertà omosessuale, diventò il teatro di una repressione senza precedenti: i locali notturni, i luoghi d’incontro, i café e i bar omosessuali vennero chiusi, e molti fra gli uomini e le donne che li frequentavano vennero arrestati, incarcerati o deportati.

Studenti tedeschi e SA (Squadre di Assalto del Partito Nazional Socialista tedesco) mentre sfogliano gli archivi dell’Istituto di Scienze sessuali il 6 maggio 1933, dopo averlo confiscato e messo a soqquadro. Più di 1200 testi vennero bruciati nella notte del 10 maggio in un enorme rogo davanti all’Opera di Berlino. (orig. USHM)

“(...) un centinaio di studenti fece una razzia all’Istituto. Buttarono giù la porta e si precipitarono all’interno dello stabile. (...) Riempirono i camion di libri presi dalla biblioteca così come pure tutte quelle opere che nulla avevano a che fare con la sessualità... Nel pomeriggio arrivò una truppa delle SA. Le “Camicie brune” si misero a fare ricerche minuziose. Davano l’impressione di sapere quello che cercavano”

(Christopher and his kind, Cristopher Isherwood, 1976).

Foto antropometriche di:

Friedrich Baumann, operaio. Nato a Pommereinsdorf il 19/01/1893.
Internato ad Auschwitz il 20/06/1941 e morto l’8/04/1942 all’età di 49 anni. (orig. USHM)

Walter John, operaio. Nato a Leobschitz il 10/03/1910. Internato ad Auschwitz il 29/08/1941 e morto 29/10/1941 all’età di 31 anni. (orig. USHM)

Come Friedrich e John, molti omosessuali furono catturati nelle loro case senza che sapessero nulla riguardo al motivo dell’arresto. Sotto la minaccia di un revolver si strappavano loro le confessioni della propria omosessualità e in breve venivano trasferiti come “triangoli rosa” nei campi di concentramento.

Fabbrica di mattoni nel campo di stermino di Sachsenhausen (a nord di Berlino). (orig. Schwules Musem Berlin)
Nel lager, gli omosessuali erano assegnati ai lavori più duri e pericolosi. Erano impiegati, tra l’altro, nella strada di ghiaia e al rullo compressore di Dachau, nella strada d’argilla di Sachsenhausen, negli scavi del tunnel di Dora, nella strada di pietra di Buchenwald o a raccogliere le bombe inesplose dopo i raid aerei ad Amburgo.

Deportati davanti al portone del campo di Sachsenhausen, nelle vicinanze di Berlino, con il triangolo rosa al petto, segno distintivo degli omosessuali. Numerosi omosessuali sono morti in questo campo (orig. USHM).
Per renderlo maggiormente visibile, in alcuni campi era più lungo di 3 cm degli altri triangoli. Come dice Heinz Heger:
“I pederasti si dovevano riconoscere da lontano”.

Sala operatoria del lager di Sachsenhausen (orig. USHM)
Nei lager nazisti gli omosessuali furono sottoposti ad aberranti esperimenti come l’impianto di ghiandole artificiali a base di testosterone per “guarirli”, a castrazione e ad evirazione “volontaria”.

Prima e dopo la castrazione. N. Jensch, Untersuchungen an entmannten Sittlichkeitsverbrechem (orig. Hidden Holocaust ?, de Günter Grau).
La castrazione era allora conosciuta dai nazisti come un mezzo di profilassi o un modo terapeutico per sradicare l’omosessualità o rieducare gli omosessuali. Nel 1935 il codice penale venne modificato per permettere la “castrazione volontaria” dei “delinquenti sessuali” condannati in base al Paragrafo 175. Il 20 maggio 1939, il Reichsführer-SS Himmler autorizzò la castrazione forzata dei “delinquenti sessuali”.