Lettere

A poco a poco si sono fatte le sei di mattina, il treno partirà alle undici, si cominciano a caricare persone e bagagli. Gli accessi al treno sono sbarrati da uomini del servizio d'ordine, tutte le persone che non sono coinvolte in questa deportazione devono sgombrare il campo e rimanere nelle baracche. Io m’infilo in una baracca che si trova proprio di fronte al treno. «Da qui si è sempre goduto di una bellissima vista sui convogli in arrivo e in partenza», sento dire da una voce cinica. Già da ieri il nostro campo è tagliato in due dal treno: una deprimente fila di nudi e vuoti vagoni merci, preceduta e chiusa da due carrozze passeggeri destinate alla scorta. In alcuni vagoni ci sono dei materassi di carta per terra, quelli sono per i malati. Sulla banchina di asfalto lungo il treno l'animazione cresce. Uomini della «Colonna Volante» in tute marroni trasportano bagagli su carriole. Fra loro scopro alcuni buffoni di corte del comandante: il comico Max Ehrlich e il compositore di canzonette Willy Rosen, che pare la morte che cammina. A suo tempo doveva essere irrevocabilmente deportato, ma poche sere prima della partenza cantò da farsi scoppiare i polmoni davanti a un pubblico estasiato, fra cui si trovava il comandante con il suo seguito e così Willy Rosen fu «bloccato», e gli fu persino assegnato una casetta dove ora abita dietro tendine a quadretti rossi, insieme con la moglie tinta di biondo che di giorno sta dietro al mangano dei vapori bollenti della lavanderia. Ora quello stesso Rosen, vestito di una tuta color avana, spinge una bassa carriola su quelli tocca portare i bagagli dei suoi fratelli di razza, e pare la morte che cammina.
Improvvisamente, uno stuolo di nuovo di uomini in uniforme verde sciama sull’asfalto, non capisco da dove spuntino. Sulla schiena portano zaino e fucile. Io studio figure e visi e cerco di osservarli senza pregiudizi.
Alcune giovani donne sono già sedute nei vagoni merci con in grembo i loro bambini di pochi mesi e le gambe che penzolano fuori, vogliono godersi l'aria fresca il più possibile. Passano dei malati sulle barelle.
I nudi vagoni merci si stanno riempiendo. Sulla banchina di asfalto arriva a passi lenti un'altra figura solitaria con una cartella di documenti sotto il braccio. È il capo della cosiddetta Antragsstelle, l'Ufficio Petizioni. Fino all'ultimo minuto cerca di strappare persone dalle mani del comandante. La contrattazione dura fino alla partenza del treno, da cui spesso si riesce ancora a tirar fuori qualcuno. L'uomo con la cartella ha una fronte da giovane studioso e spalle stanche, molto stanche. Una vecchietta curva con un antiquato cappellino nero sulle ciocche di capelli grigi gli sbarra la strada, e intanto gesticola e gli sventola molte carte sotto il naso. Lui ascolta per un poco, scuote la testa in segno di diniego e poi le volta le spalle, che sono ora un po' più curve del solito. Questa volta non si lasceranno uscire molte persone dal treno all'ultimissimo minuto. Il comandante è arrabbiato. Un giovane ebreo ha osato scappare. Decine di altri devono inaspettatamente partire per rappresaglia, tra cui molti che si credevano saldamente ancorati qui.
Ora i vagoni merci si direbbero pieni. Figuriamoci! Dio mio, come faranno a starci tutti questi altri? Arriva un gruppo numeroso. I bambini hanno il naso schiacciato contro i vetri e partecipano a ogni cosa con molta attenzione. «Guarda, c'è gente che esce di nuovo fuori, hanno certo troppo caldo nel treno». D'un tratto uno dei bambini esclama: «Il comandante!».
Lui appare a un capo della banchina di asfalto, come la stella famosa di una rivista che entra in scena soltanto nel gran finale. Su di lui fioriscono già quasi le leggende. Ha così tanto charme ed è così ben disposto verso gli ebrei. Lui è anche per così dire il padre della vita artistica del campo, e un assiduo frequentatore delle nostre serate di cabaret. Una volta è arrivato al punto di assistere per tre sere consecutive alla medesima rappresentazione, ridendo forte ogni sera alle stesse fruste battute.
A volte il comandante invita gli artisti a casa sua e chiacchiera e beve con loro fino all'alba, e poco tempo fa ha riaccompagnato un’attrice alla sua baracca nel cuore della notte e nel congedarsi le ha dato la mano - proprio la mano! Si dice pure che lui prediliga i bambini, i bambini devono passarsela bene, in ospedale ricevono un pomodoro al giorno. Qui però muoiono molti bambini. Nessun uomo di scienza ha saputo finora intuirne il perché. E così potrei raccontare molte altre storielle sul «nostro» comandante. Una voce dice dietro di me: «Una volta avevamo un comandante che ci spediva a calci in Polonia, questo lo fa a sorrisi».
Lui cammina lungo il treno con passo militare, è un uomo ancora relativamente giovane che ha fatto carriera, se così la si può chiamare. Ha poteri assoluti sulla vita e sulla morte degli ebrei olandesi e tedeschi raccolti su questa brughiera del Drenthe. Stamattina fa deportare cinquanta ebrei in più perché un ragazzo in pigiama celeste si è nascosto in una tenda. Sta ispezionando le sue truppe: malati, lattanti, giovani mamme e uomini rapati a zero. Arrivano ancora alcuni malati sulle barelle, lui fa un gesto impaziente, le cose non vanno abbastanza in fretta.
Dietro il comandante cammina il suo segretario ebreo, vestito elegantemente di calzoni beige da cavallerizzo e giacca sportiva marrone. Ha l'aria corretta, sportiva, e insieme insignificante di un bevitore inglese di whisky. Gli uomini del plotone verde stanno a guardare imbambolati. Forse pensano - ma «pensare» è davvero una grande parola - che questi ebrei hanno un aspetto del tutto diverso da quello proposto dai loro foglietti pedagogici. Alcuni pezzi grossi ebrei del campo camminano lungo il treno. «Anche loro si danno importanza» mormora qualcuno dietro di me. «Boulevard dei deportati» esclamo io. « Si potrà mai descrivere al mondo esterno quel che è successo qui?» domando al mio compagno. Forse il mondo di fuori pensa a noi come a una massa grigia, uniforme e sofferente di ebrei, forse non sa nulla dei fossati, degli abissi, delle sfumature che separano i singoli dai gruppi; Forse non sarebbe nemmeno in grado di capire queste cose.
Mio Dio, è proprio vero che tutte quelle porte si chiudono? Sì, è così. Le porte si chiudono sulle moltitudini cacciate indietro, e pigiate nei vagoni merci. Attraverso le strette aperture in alto si vedono teste e mani che tra poco saluteranno, alla partenza del treno. Il comandante percorre ancora una volta tutta la banchina lungo il treno su una bicicletta. Poi fa un breve gesto con la mano come il principe di un’operetta, accorre un piccolo attendente ossequioso che prende la bicicletta in consegna. Un fischio acuto e stridente, e un treno con 1020 ebrei lascia l'Olanda. Questa volta non si è nemmeno preteso tanto: solo un migliaio di ebrei, quei venti in più sono di riserva per il viaggio, è sempre possibile che qualcuno muoia o venga soffocato, e specialmente su questo convoglio, che trasporta tanti malati senza nemmeno un’infermiera.
La marea degli aiutanti rifluisce lentamente, vanno a riposare nei propri dormitori. Si vedono molti visi sfiniti, pallidi e sofferenti. Un altro pezzo del nostro campo è stato amputato, la prossima settimana toccherà al prossimo pezzo, qui si vive così da più di un anno, settimana dopo settimana. Siamo rimasti in poche migliaia. Già centomila nostri fratelli di razza olandesi faticano sotto un cielo ignoto, o stanno imputridendo in una terra ignota. Non sappiamo nulla del loro destino. Forse lo sapremo presto, ognuno a suo tempo, perché quello sarà anche il nostro destino - non ne dubito nemmeno un istante. Ma ora devo andare a dormire un'oretta, sono un po' stanca e la testa mi gira; e poi devo passare in lavanderia a cercare una spugnetta smarrita. Prima però vado un poco a dormire, e per il resto sono fermamente decisa a ritornare da voi dopo alcune peregrinazioni. Per ora vi saluto un'altra volta, miei cari.

Testo adattato da: Etty Hillesum, Lettere 1942-1943, Milano, Adelphi, 2001.