L’amore che osa pronunciare il suo nome

Ci fanno mettere in fila, una davanti all’altra. Siamo dieci, cento, mille. La donna bionda con la stella cucita sul braccio urla in una lingua che non capisco, agita le mani, tira per i capelli una bambina che non smette di piangere, cattura il suo trofeo, porta il ricciolo biondo alla bocca. È nuova, si vede. Quelle nuove sono le più cattive, accarezzano la loro fortuna, non sanno che continueranno a respirare la stessa neve, e il vento, e il fumo.

Tu sei poco avanti a me. Ti riconosco anche se porti il fazzoletto sulla testa e tieni le spalle chine. La tua andatura è solo tua. Trascini con cautela la gamba destra e la spalla disegna insieme un piccolo arco, come un inizio di piroetta. Con il dito traccio una linea immaginaria sul tuo collo che non vedo, sfioro il piccolo neo color caffè che hai sulla scapola sinistra, e poi giù, tra i fori e le toppe e i rattoppi di quel vestito stretto.

Camminiamo. La donna con l’uniforme urla ancora più forte, io non ascolto i pianti e i sussurri dietro di me, chi dice che stiamo andando là, sì là, dove ti spogliano e ti rinchiudono e ti rasano a zero e poi tutto finisce, certe cose non dovremmo saperle ma le sappiamo, perché il posto è piccolo e la gente chiacchiera, i piedi nudi scottano sulla terra arroventata e io guardo le tue dita così piccole, l’alluce, l’indice, il medio, l’anulare e il mignolo, e vorrei leccare uno a uno i tagli e le bruciature su cui cammini, rinfrescare i tuoi palmi, come quel pomeriggio d’estate di ritorno dal lago.

Anche là il posto era piccolo e la gente mormorava, mormorava della forestiera che veniva dalla città e fumava come un uomo e frequentava locali dai nomi bizzarri. Io ti ho fatta sbocciare tra i fiori di quel prato vicino al lago, dove la rugiada scendeva e tu non parlavi, e io baciavo le tue ciglia, e i tuoi capelli, e respiravo il tuo odore di gelsomino e di erba bagnata, e tenevo la testa sul tuo petto, e mi cullavo del battito del tuo cuore, ho sussurrato dieci, cento, mille volte il tuo nome, finché l’asfissia mi ha strappato via la voce. Finché ci hanno trovate, nude, la mia testa sul tuo petto, e nemmeno allora parlasti, dalla tua bocca solo un respiro prolungato, un lieve gemito, come quello che ora, senza lago e senza rugiada, piangi camminando sulla ghiaia, la voce della donna bionda con le scarpe ti rimbomba nelle orecchie come uno sparo, e le prime della fila cominciano a entrare, le loro ombre si tolgono il fazzoletto dalla testa, si sfilano l’abito su per il collo, lo lasciano cadere a terra, e l’unico triangolo nero che resta loro addosso è quello marchiato sul ventre, quello che più di ogni altra cosa ho desiderato, amato, sognato tutti i giorni della mia vita, e che desidero, amo, sogno anche ora, anche se tu non mi guardi, io per te sono morta quando tutti urlarono, quel pomeriggio d’estate di ritorno dal lago, un grido lungo e senza parole, perché non ci sono parole per noi, non siamo nate con il privilegio di essere chiamate per nome, la donna dagli occhi neri raccoglie un sasso da terra e finge di lanciarlo, poi ride, poi grida Schnell! Scnhell! Schnell! e io brucio nei piedi e nel cuore perché tu mi guardi ancora, una volta ancora, prima di entrare, prima di sfilarti il fazzoletto dalla testa e l’abito su per il collo, prima che facciano scempio dei tuoi capelli e stracci del tuo triangolo nero, e cammini dritta, in fila indiana, e io ti seguo, ti seguo ancora, e ti cerco con gli occhi, e vorrei tenere la mia mano nella tua mano ancora una volta, un’ultima volta, e chiudono le porte, e la stanza comincia a soffiare, e non respiro, non respiro, non respiro.

Marta Traverso